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Maria Gabriella Campo

…è un’iniziativa “impossibile”, ti farà soltanto spendere fatica e denaro inutilmente!.

Se avessi dato ascolto a tutte quelle persone che mi diedero questo consiglio, oggi non si parlerebbe di Villa Margherita e dei suoi Giardini Ipogei.
Era un’estate dei primi anni ’70 quando, insieme a mio marito, andammo a vivere in una piccola casa prefabbricata realizzata all’interno di un lotto di terra che mio suocero ci aveva lasciato in eredità in una zona della campagna di Favignana compresa tra due delle più affascinanti attrazioni dell’isola: la cala Azzurra e la cala Rossa.
L’isola, la principale dell’arcipelago delle Egadi che, in virtù della sua forma, qui amiamo definire “la farfalla sul mare”, all’epoca si presentava piuttosto brulla e scarsa di macchia mediterranea. Non era di certo la realtà cittadina alla quale ero abituata, e così mi ritrovavo a trascorrere la maggior parte del tempo da sola, impegnandomi unicamente nello svolgimento delle faccende domestiche, ed ad un minimo di vita sociale. Avendo appreso da mia madre la passione per le piante, decisi ad un certo punto di dedicarmi alla realizzazione di un piccolo giardino, qualche aiuola senza molte

pretese, che potesse però rendere più gradevole quella natura arida e desolata, e mi cimentai con non poca caparbietà nella difficile impresa di fare attecchire delle piante da fiore e creare una zona d’ombra con pini d’Aleppo. Dopo la nascita dei miei due bambini, spinti dalla necessità di realizzare un’abitazione più grande, acquistammo un vasto terreno incolto limitrofo, già sfruttato a cave di calcarenite a cielo aperto, ormai silenziose e abbandonate, veri monumenti “in negativo” alla fatica umana, e prodotto “archeologico” dell’industria estrattiva, ancora oggi riutilizzate nel migliore dei casi a frutteto o, nel peggiore, a discariche.
Per una pioniera che come me ama la natura, quella di realizzare un’oasi verde, soprattutto all’interno delle cave, avrebbe rappresentato la più grande sfida alla quale mi ero sottoposta fino ad allora. Fu così che, stimolata dai piccoli successi che con tanta fatica avevo comunque ottenuto, riuscì a dialogare con la natura difficile di Favignana, facendo attecchire diversi tipi di piante (ad oggi circa 300 specie provenienti da tutto il mondo) in una terra poco fertile che, oggi costituisce il nucleo principale del parco dell’odierna Villa Margherita, con le sue casette attrezzate per le vacanze estive e con il mio “Giardino dell’Impossibile”, il cui nome mi è stato ispirato proprio dai suoi stessi detrattori. Cauta nell’ascoltare la natura, ho tentato di assecondare le forze che vi operano, il genius loci, e il dialogo con, e tra il paesaggio e l’atmosfera dell’isola.

Ho operato bonifiche a partire dall’ascolto rispettoso dei luoghi, in particolare le cave, con le loro origini lontane, custodi una storia nella quale si è reso fondamentale entrare in punta di piedi facendo il meno possibile, lasciando alla natura il grosso del lavoro, preservando i patterns delle loro pareti e le architetture degli ingrottamenti in situ.
Tutto questo ha consentito la realizzazione di un esempio di “giardino selvatico”, a detta di molti rifugio della spiritualità e della poesia, frontiera al di qua della barbarie e dell’alienazione, utopia si, ma dai riscontri pratici, tangibili, da contemplare con i cinque i sensi. Il parco non è nato per essere mostrato, ma come un giardino privato “tutto per sé” dove vivere, pensare e sognare.
Tuttavia, la presenza dell’attività di ricezione turistica, dislocata al suo interno, ha avuto come effetto quello di creare un flusso di visitatori curiosi della natura, della botanica, tanto che il 14 Dicembre 2010 le cave, con il nome di “Giardini ipogei di Villa Margherita” sono stati iscritti nel Libro delle Espressioni del R.E.I.L. Isole Egadi in quanto rappresentano un’alta espressione del patrimonio culturale dell’umanità.

 

Maria Gabriella Campo

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di Maria Gabriella Campo

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